MIME-Version: 1.0 Content-Location: file:///C:/9F2291E5/Foglio6-12-2005Globalizzazionenonglobale.htm Content-Type: text/html; charset=us-ascii Content-Transfer-Encoding: quoted-printable La globalizzazione è ancora solo un ingrandimento del vecchio sistema economico mondiale centrato sull’America e ciò promette benefici subito, ma incubi poi

 

 

La globalizzazione è ancora solo un ingrand= imento del vecchio sistema economico mondiale centrato sull’America e ci&ogr= ave; promette benefici subito, ma incubi poi

 

Di Carlo Pelanda (6-12-2005)

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Preva= le l’idea che la globalizzazione sia fatta ed i suoi fenomeni chiariti. In realtà= ;, dalle  analisi ricavate da nuovi e recentissimi strumenti di modellistica planetaria che permettono rappresentazioni sia olistiche sia più precisate, è rilevabile un ciclo economico sì mondializzato, ma lontano dall’immagine di una g= lobalizzazione avvenuta, per esempio una multicentrica. I  flussi commerciali avvengono più entro regioni che diffusamente nel globo. Quello che esce in forma di export va principalm= ente in America, ritorna in forma di capitale nelle nazioni e ri-esce verso gli = Usa. Tale ciclo non è “globale”, ma “stellare”: c’è un centro che importa merci e capi= tale da tutto il pianeta. E’ lo stesso modello di economia internazionale gravitante sull’America che si è formato negli = Anni ’50. La “globalizzazione” app= are essere solo un ingrandimento di tale configurazione. E’ già ben noto che il suo equilibrio dipende da una condizione precisa: devono rientr= are tanti dollari in America quanti ne escono come pagamento della quantità di merci importate in più di quelle esportate. Ma non si sa quanto possa aumentare i= l deficit commerciale statunitense prima di causare il riequilibrio traumatico attrav= erso un crollo del valore di cambio della moneta. Questa informazione è il tormentone del momento perché il deficit è proiettato a super= are di ben tre volte la soglia di tollerabilità definita dalla teoria. Evidentemente una nuova realtà ne permette la violazione. Quale? Una dove il sistema economico stellare trovi più soldi utili al ciclo di riequilibrio e per questo possa sbilanciarsi olt= re la misura nota in precedenza. Ciò significa che il nuovo limite di stabilità del sistema è definito da quanto i consumatori americani vogliono spendere perché è aumentata nel pianeta la quantità di soggetti che farà torn= are i dollari in America o in forma di investimento o di acquisto del debito. Poiché la Cina deve esportare molto in America, ed è piuttosto grande, avrà interesse oggettivo a finanziare lo squilibrio americano. Da un lato, siamo più lontani di quanto si pensi da un crollo del dollaro. Dall’altro, il fatto che tutto il sistema economico planetario resti centrato sull’America e non sia multicentrico toglie varietà e scala ai fattori di riequilibrio. In questa finta globalizzazio= ne c’è più possibilità di equilibrare uno squilibrio nazionale grazie al ciclo internazionale, e le teorie dovrebbero riadeguarsi, ma quando si raggiungerà il limit= e che ancora nessuno conosce il crollo sarà catastrofico. Tale mix di non-globale e globale è una cuccagna nel breve-medio termine, un incubo nel medio-lungo.=    

Carlo= Pelanda