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Il rischio di neoprotezionismo
Di Carlo Pelanda (6-9-2004)
LR= 17;economia globale è in crescita, quelle europea ed italiana in ripresa. Ma c’è un nuova ombra= nel prossimo futuro: sia in America sia Europa sta crescendo il numero di persone che perdono lavoro o quote di salario a causa della concorrenza glo= bale. A cui corrisponde una – per ora minima – re= azione neoprotezionista da parte dei governi. Ciò apre uno scenario delicatissimo e non remoto: se non si trova un modo di rendere più concorrenziali i paesi ricchi le loro classi med= ie in difficoltà chiederanno sempre più protezioni che potrebbero compromettere l’apertura globale dei mercati e, con, questo la ricche= zza di tutti. In sintesi, sta montando un rischio di protezionismo che richiede= contromisure piuttosto urgenti.
La globalizzaz=
ione,
come noto, mette in contatto sistemi ad alto costo e a basso. In un mercato=
aperto è
naturale che le imprese spostino più produzioni possibili dai primi =
ai
secondi nei settori dove tale mossa sia possibile e generi risparmi. Ci&ogr=
ave;
avviene in due forme: delocalizzazione delle im=
prese
e/o trasferimento di pacchetti di lavoro in aree o sistemi a costi minori (=
outsourcing). =
Scelta
che le imprese devono fare per forza perché se un concorrente usa tale opport=
unità
e loro no poi questo le butta fuori mercato. Tale fenom=
eno
tende a ridurre il numero di posti di lavoro ed i salari dei Paesi ricchi nei settori espos=
ti
alla concorrenza di quelli poveri od emergenti. La teoria economica standard
non vede un problema in tale fenomeno, ma un’opportunità. In t=
al
modo i Paesi poveri, infatti, ricevono investimenti che li modernizzano e f=
anno
crescere rendendoli “emergenti”, per esempio Cina ed India. E
quelli ricchi trovano più domanda globale=
per
le esportazioni dei loro prodotti a maggiore qualità e prezzo. Alla
fine, la globalizzazione, c=
ioè
un mercato aperto e libero che si espande internazionalmente senza frontier=
e, porta
più ricchezza a tutti. Ma alla condizione, nei P=
aesi ricchi,
che chi perde il lavoro migrato in quelli poveri ne trovi subito un altro=
span>.
Qui il problema: si nota un crescente scarto temporale =
tra
quando un Paese ricco comincia a perdere lavoro e quando trae vantag=
gio
dall’estensione del mercato. Per esempio, nella ricerca esasperata di efficienza durante la stagnazione 2001-2002 le azie=
nde
americane hanno delocalizzato in India, ed altr=
e aree
anglofone, non più la sola manifattura =
di
calzature e simili, ma anche i call center e la
creazione di software per servizi avanzati forniti nel mercato americano via c=
onnessioni
telefoniche ed Internet a basso costo. E ciò ha prodotto una inaspettata perdita di lavoro negli Usa in settori=
a medio-alta qualità che non è stata sost=
ituita
da nuovi od altri a buon salario. L’ansia della classe media è
salita a picco e, per esempio,