04/06/2007

Gentile Professore,

serpeggia nel paese un crescente malcontento per non dire ostilità da parte di strati sempre più vasti di opinione pubblica nei confronti della politica e del suo establishment.

La dissociazione tra elettori ed eletti è oramai un fenomeno (grave) riconosciuto dai più e molti osservatori si sono espressi sulle cause della malattia, che non sarà certo un’esclusiva italiana ma che da noi sembra possedere virulenza di carattere epidemico. 

Le ragioni di tale disaffezione sono state individuate nell’egoismo della classe politica  alla continua ricerca di vantaggi e prebende di ogni tipo e nel sostanziale disinteresse (salvo lodevoli, rare eccezioni) per i problemi reali che attanagliano la società civile (scuola, sanità, giustizia ecc), ai quali i nostri amministratori dedicano al massimo qualche parola di comprensione e molte promesse mai mantenute.

Le critiche dei cittadini alla classe politica non sono certamente una novità ( il “piove governo ladro” riassume bene lo scetticismo degli italiani nei confronti del potere) e prescindono anche dal colore politico dei governi in carica, ma occorre domandarsi perché il fastidio e l’antipatia dilaghino oggi allorquando il 50%+24000 elettori di centrosinistra ha recuperato l’esecutivo (l’antipolitica si sa era un peccato di centrodestra) dopo 5 anni di forsennata avversione al governo Berlusconi.

La spiegazione secondo me non è poi tanto difficile da trovare e sta nel fatto che sempre più persone si sono convinte di non avere speranza di miglioramento né di giustizia indipendentemente da chi comanda, qualunque sia la casacca partitica indossata dai manovratori. Come dire che la “stanza dei bottoni” livella tutti, obbligando sinistri e destri a comportamenti che nel caso migliore sono improntati alla manifestazione di buone intenzioni e in definitiva all’impotenza o alla navigazione di piccolo cabotaggio. Oggi perciò la già folta schiera di coloro che hanno in uggia la ”casta” si arricchisce dei tanti delusi che avevano sperato in un centrosinistra diverso e virtuoso che avesse risolto o almeno avviato a soluzione alcuni dei tanti problemi che angustiano la nostra società. Ciò che secondo loro evidentemente non è avvenuto.

Se questa è la diagnosi, quali la prognosi e la terapià? I più propendono per l’adozione di misure moralizzatrici che intacchino i privilegi degli amministratori (ad esempio trattamenti economici, pensioni, benefit vari) per ridurre il divario con i comuni cittadini. Altri puntano sulla limitazione del numero di parlamentari e consiglieri delle amministrazioni locali. Sono tutte misure che si possono condividere e che probabilmente potrebbero avere una loro efficacia, ma a mio avviso non sono risolutive. L’argomentazione che segue, pur nella sua carica provocatoria e tendenzialmente “rivoluzionaria”, forse merita qualche riflessione da parte degli addetti ai lavori e soprattutto degli elettori.

E’ noto che gli uomini sono tremendamente esposti alle tentazioni e la probabilità che vi cedano non dipende soltanto dalle capacità di resistenza di quelli e dalla  forza attrattiva di queste, ma anche e soprattutto dal tempo di esposizione alla azione tentatrice. Per fare un esempio uomini probi potrebbero non approfittare di una cassaforte aperta o di una donna nuda disponibili per poche ore o giorni,  ma se queste condizioni si prolungassero nel tempo, per mesi o anni, non v’è dubbio che l’integrità morale di costoro sarebbe messa a dura prova fino al cedimento. Personalmente mi sono sempre domandato per quale ragione questa debolezza umana non dovrebbe valere per chi fa politica, nella cui sfera oltretutto regna sovrana la tentazione più forte e irresistibile che tutte le altre riassume e sovrasta e cioè la tentazione del  POTERE. Un’attrazione, una sete irresistibile e fascinosa che non si estingue, a differenza di altre, neppure con l’età e il passar degli anni

Sembra perciò lecito chiedersi se la permanenza in politica per decenni e decenni (qui mi riferisco alle responsabilità parlamentari e di governo al centro e in periferia) sia una saggia regola e soprattutto se sia nell’interesse della democrazia e più esattamente degli elettori. Io non lo credo e in Italia i danni prodotti da  questa anomalia sono stati già evidenti nel recente passato (Tangentopoli) e potrebbero riprodursi ciclicamente ove il micidiale fenomeno del mancato ricambio dovesse perdurare .

Si potrà obiettare che l’attività politica richiede una lunga preparazione ed esperienza per essere condotta al meglio in un mondo sempre più complesso e variegato. Vero fino ad un certo punto come dimostrano i successi di uomini che non erano professionisti della politica (nel senso italiano) come molti presidenti americani (Reagan, Ford, Carter), i quali sono stati chiamati a guidare  addirittura una grande potenza in tempi non facili. E per rimanere oltreoceano,  riflettiamo sul fatto che negli USA i presidenti restano al potere al massimo per due mandati (8 anni) dopodichè escono definitivamente di scena, o su quanto accadde in Gran Bretagna alla fine della II Guerra Mondiale  allorché Churchill venne spedito in Costa Azzurra a fumare il sigaro (lui , il vero vincitore del nazifascismo) perchè gli inglesi gli preferirono il quasi sconosciuto Clement Attlee. Possibile che questi episodi avvenuti nei Paesi anglosassoni, culla della democrazia, siano frutto del caso o non piuttosto dovuti al radicato convincimento di quei popoli che il potere logora e tenta chi ce l’ha e non solo chi non ce l’ha, come sosteneva il campione del mondo della longevità politica, guarda caso un italiano di nome Giulio Andreotti?

La conclusione dunque è che noi tutti avremmo interesse a cambiare frequentemente gli uomini che eleggiamo alle cariche pubbliche senza consentir loro di abbarbicarsi alla poltrona e che avremmo tutto da guadagnare in termini di buon governo da  una classe dirigente  rinnovata per legge nel volgere di  pochi anni (massimo 10),  i cui membri - dopo aver ringraziato per l’onore ricevuto -  vanno a casa (ho scritto a casa, non alla presidenza di qualche ente pubblico) a riprendere la propria professione o mestiere.  

Al di là dello schieramento partitico di ciascuno occorre meditare seriamente sulle positive conseguenze in termini di moralizzazione della vita pubblica che deriverebbero da una riforma simile. Certo non è possibile aspettarsi che idee del genere siano condivise dai politici in carica ( non esiterebbero a giudicarle fantasie qualunquiste impraticabili), né che essi stessi assumano iniziative parlamentari per vararle. E’ necessario perciò si faccia strada un movimento di opinione che, riconosciuta l’efficacia della terapia, si adoperi a diffondere  la seguente, semplice idea che è al tempo stesso un programma e un auspicio:

    

 PER UNA POLITICA INTESA COME  SERVIZIO E NON COME MESTIERE,

 

da accompagnare con l’immagine di CINCINNATO, il noto personaggio romano che nel V secolo a.C. fu nominato console nella guerra contro gli Equi. Ottenuta la vittoria, Cincinnato tornò ad occuparsi delle sue proprietà terriere divenendo esempio di patriottismo e disinteresse verso il potere.

Più saranno gli italiani che si riconosceranno in una riforma simile, gentile Professore, maggiori saranno le probabilità che la politica recuperi la sua dignità e  soprattutto che gli elettori riacquistino il ruolo preminente che debbono avere in democrazia, cioè quello di essere governati da chi vogliono e per il tempo che vogliono con la massima dedizione ed efficienza. Grazie per l’ospitalità e un cordiale saluto

 

 

  Perugia, 4 giugno 2007                                                                          Giuseppe Zuccarini

                                                                                                                    alias ”il profeta”

14/06/2007

Caro Professore, grazie per l’articolo illuminante dell’ 11 giugno su “Il Giornale”. Non era facile esprimere concetti così chiari in così poco spazio. Lei sostiene cautamente che la sua interpretazione dei rapporti di reciproco sostegno tra Impero (gli USA) e Chiesa (il Papato) è un’ipotesi, io vorrei spezzare una lancia in favore della fondatezza di tale ipotesi adducendo ragioni che in fondo appartengono alla mera logica.

Per quanto concerne la Chiesa è indubbio che il suo messaggio al mondo è basato sull’insegnamento di Cristo tutto incentrato sull’amore e la fraternità fra gli umani. La violenza e l’uso della forza è ripudiata nella parola e nella esperienza umana di Cristo e lo è fino al sacrificio di sé, fino al martirio. Intendo dire che il vero cristiano di fronte alla prevaricazione e all’offesa si fa agnello e rinuncia alla reazione e alla vendetta. Ora questo atteggiamento di apparente debolezza (di cui si nutre la storia cristiana) trova un limite invalicabile quando vengono messi in discussione i cardini fondamentali del credo cristiano, come i supremi principi morali del bene e del male. Cristo stesso ha detto che le forze del male non prevarranno, il che significa secondo l’umana logica che occorre battersi affinché ciò non avvenga. Di qui a mio parere l’esigenza di una spada che difenda la croce e la sconsolante constatazione che secondo la Chiesa sussiste nella nostra epoca il rischio che il maligno possa prevalere.

Relativamente all’Impero, che per sua natura tende all’espansione, l’ esportazione di modelli di vità che siano permeati di valori ideali ne facilita l’accettazione da parte di sempre più ampie moltitudini. E non vi e nulla di più ideale

di una visione religiosa della vita dove la tolleranza è diffusa e l’egoismo represso.  Inoltre l’imperatore che si proclama difensore della fede si fa strumento di Dio e in quanto tale sarà oggetto di riconoscenza e rispetto. La spada perciò ama proteggere la croce traendo dallo scambio l’alone di sacralità che proviene dall’essere parte di un disegno divino che nobiliti progetti umani altrimenti effimeri e fallaci. Con i sensi della mia più viva stima. Giuseppe Zuccarini - Perugia